Nelle arti marziali giapponesi che hanno le proprie radici nel jujitsu, ricoprono un ruolo fondamentale le tecniche volte a portare a terra l’avversario così da poterlo immobilizzare e controllare facilmente. Ci sono due modalità principali per ottenere tale scopo. Nel seguito utilizzeremo il termine tori per indicare colui che esegue una tecnica ed uke per indicare colui che subisce la tecnica.
In una prima modalità tori induce uke a gettarsi a terra autonomamente per sfuggire ad una leva articolare dolorosa. Nella seconda modalità le azioni di tori sono invece volte direttamente a fare cadere uke contro la sua volontà. Le tecniche che appartengono a questo secondo gruppo sono le più numerose e complesse e vengono genericamente indicate come proiezioni o tecniche di lancio. Nel seguito ci concentreremo in particolare su di esse. La tipologia di proiezioni a sua volta si distingue in due modalità principali, otoshi, far cadere sul posto, e nage, lancio. Nel primo caso ci si riferisce a tecniche di concezione più antica in cui uke viene fatto precipitare a terra. La proiezione di uke si ottiene unendo l’azione di tori all’azione della forza di gravità agente sul baricentro di uke preventivamente portato fuori equilibrio. Le tecniche di otoshi nascono anticamente per essere applicate dai samurai in battaglia in un contesto in cui una pesante e rigida armatura limitava la capacità di movimento del corpo. I nage sono invece veri e propri lanci in cui il corpo di uke viene fatto ruotare dalla forza che tori applica in corrispondenza di diversi punti del corpo di uke. Oltre ad uno squilibrio, i nage prevedono anche uno stretto contatto tra alcune parti del corpo di tori ed altre di uke. In molte tecniche di nage vi è anche un caricamento di uke sul corpo di tori. Sia la ricerca del contatto tori-uke che l’azione di caricamento risultano incompatibili con la presenza di armature rigide e pesanti, per questo motivo le tecniche di nage sono di concezione più moderna e pensate per una difesa personale in abiti civili. In un contesto moderno senza armatura a maggior ragione si possono applicare anche le tecniche di otoshi. La direzione di squilibrio, così come il punto o la regione del corpo di contatto tra tori ed uke varia a seconda della specifica tecnica di proiezione.
Prima di discutere più in dettaglio le famiglie di tecniche di proiezione, vediamo quali sono le direzioni di squilibrio che si sfruttano nelle tecniche di proiezione. Le direzioni di squilibrio principali sono destra–sinistra e indietro-avanti, come riportato schematicamente nel disegno sotto.
A queste si aggiungono le loro composizioni ovvero avanti-destra, avanti-sinistra, indietro-destra, indietro sinistra. Complessivamente le direzioni sono 8 e sono quelle indicate con le frecce nella figura sottostante in cui il punto centrale rappresenta uke in una prospettiva di vista dall’alto.

Per comprendere appieno la modalità con cui vengono divise le famiglie di tecniche di proiezione occorre introdurre le tre fasi necessarie ad una corretta esecuzione del lancio. Tali fasi in giapponese vengono indicate come: 1) kuzushi, 2) tzukure e 3) kake. Sono l’una presupposto necessario dell’altra per un’esecuzione corretta ed efficace della tecnica.
La prima, kuzushi, indica lo squilibrio che è la precondizione fondamentale di ogni tecnica di proiezione. Lo squilibrio può essere frutto di un’azione di uke di cui tori può approfittare per impostare una tecnica di proiezione. In ambito di difesa personale pensiamo ad un pugno da strada in cui tutto il corpo si sporge in avanti nel goffo tentativo di renderlo più potente. Questo sporgersi genera uno squilibrio di cui si può approfittare per inserire efficacemente una tecnica di proiezione. In alternativa lo squilibrio può essere generato da un’azione diretta di tori. Nella pratica marziale del dojo questa azione di tirare fuori equilibrio uke prevede l’utilizzo di prese per specifici punti della per la casacca, o meglio del judoji o gi di uke. Queste prese che in giapponese si chiamano kumikata hanno una forma codificata, una presa è alla manica del gi e l’altra al bavero del gi. Nel lavoro in palestra entrambi, tori ed uke, si avvalgono di questo tipo di prese. La ragione della presenza di kumikata codificati è principalmente legata all’incolumità dei praticanti. Le prese infatti consentono a tori non solo di eseguire correttamente la tecnica di proiezione, ma anche di controllare la caduta di uke così da assicurarsi che questa avvenga nelle modalità ottimali per l’incolumità di uke. D’altra parte anche uke può parzialmente gestire la sua caduta sfruttando i punti fermi dati dalle prese. Diversamente, in ambito di difesa personale lo squilibrio può essere generato da tori utilizzando come punto di presa parti del corpo di uke come arti, busto o collo, oppure utilizzando gli indumenti stessi di uke ove si prestino ad un’efficace azione di squilibrio.
Ogni tecnica di proiezione prevede uno squilibrio specifico molto preciso senza il quale diventa proibitivo eseguire una tecnica efficace. Quando uke non è consenziente, come nell’esercizio libero in palestra (randori), riuscire a creare l’opportunità per un determinato squilibrio diventa l’esercizio principe della pratica marziale e, possiamo dire, lo studio di tutta una vita.
La seconda fase, tzukure, viene chiamata un gergo “entrata” ed indica l’azione di posizionamento del corpo di tori rispetto ad uke in funzione della particolare tecnica che andrà ad eseguire. Il posizionamento include l’acquisizione da parte di tori del contatto con gli specifici punti del corpo di uke necessari per imprimere la forza di rotazione al lancio. Lo tzukure è necessario in quanto inizialmente tori ed uke si fronteggiano mantenendosi ad una certa distanza. Se parliamo di tecniche di proiezione, la distanza è quella delle prese. Immaginando uno scontro di arti marziali i due contendenti si guardano l’un altro per controllare i rispettivi movimenti, sono pertanto sempre frontali, allo stesso tempo si mantengono ad una distanza tale da impedire l’attacco dell’avversario. Nel momento dell’attacco occorre chiudere la distanza e posizionarsi per effettuare la tecnica di lancio nel minore tempo possibile, questa è la fase di tzukure. Questa azione di chiusura della distanza e posizionamento avviene tramite movimenti del corpo che in giapponese vengono denominati tai sabbaki. Questi possono essere lineari, laterali o circolari. Molte tecniche di proiezione prevedono infatti un caricamento di uke sull’anca o sulla schiena e pertanto tori deve effettuare una rotazione parziale o completa per posizionarsi correttamente. Insieme al posizionamento, l’azione di tzukure prevede l’acquisizione dei punti di contatto del corpo di tori con quello di uke che permetteranno l’esecuzione della tecnica.
Per chiarire questo concetto facciamo un esempio. Nella figura sottostante è schematizzata una tecnica di nage denominata O soto gari che si può tradurre come Grande falciata esterna. In rosso è raffigurato tori, mentre uke è colorato di blu. In questa tecnica uke viene fatto ruotare attorno alla coscia di tori, nell’immagine di sinistra il fulcro della rotazione è indicato dalla lettera F. I due punti di contatto che permettono a tori di imprimere la forza di rotazione sono indicati con 1 e 2 e corrispondono alla spalla destra di tori contro la spalla destra di uke ed alla parte posteriore della coscia di tori contro la parte posteriore della coscia di uke. Senza un buon contatto nei punti 1 e 2 e senza un buon equilibrio sul piede di appoggio di tori, la tecnica non è efficace. Nello tzukure quindi il tai sabbaki deve essere molto preciso in modo da assicurare contatto ed equilibrio. Occorre infine sottolineare che lo tzukure deve preservare ed amplificare lo squilibrio generato nella prima fase di kuzushi. Dal punto di vista tecnico questo è l’aspetto più difficile da ottenere e di più alto livello.

A questo punto entra in gioco la terza fase, kake, che corrisponde all’istante in cui tori sprigiona l’energia del lancio e termina la tecnica. Sebbene questa energia sia l’effetto del lavoro sinergico di tutto il corpo, a partire dallo squilibrio iniziale, nel momento del lancio si focalizza su di un punto preciso che dipende dalla specifica tecnica eseguita. Nella tecnica riportata in figura, o soto gari, il punto in cui si deve localizzare l’energia al momento del lancio è il punto 2, in corrispondenza della parte posteriore della gamba di tori. L’energia impressa nel momento del kake deve contenere tutta l’intenzione, in giapponese kime, o volontà di tori. Il kime ha pertanto un contenuto che va oltre gli aspetti prettamente tecnici e motori. in termini moderni potremmo definirlo psicologico, semplificando un concetto molto più complesso della cultura antica giapponese. Il kime infatti deriva dalla parola ki che indica l’energia vitale che pervade ciascuna creatura vivente e che è in contatto attraverso la respirazione con l’energia vitale presente nella Natura e nell’Universo tutto. Nell’individuo, la zona del corpo in cui questa energia può essere concentra e percepita è hara, ovvero un punto posto circa due centimetri sotto l’ombelico. Attraverso la risolutezza espressa nel kime, da hara l’energia vitale può essere convogliata e sprigionata in un punto preciso del corpo nel momento del kake.
Il concetto di energia, ki, e di kime è così importante che le tecniche di lancio sono divise in diverse famiglie a seconda della parte del corpo su cui si deve focalizzare il ki nell’istante del lancio. In particolare le tecniche di proiezione si dividono in tecniche di ashi waza (gamba), tecniche di koshi waza (anca) e tecniche di te waza (braccia). O soto gari che abbiamo portato come esempio è una tecnica di gamba (ashi). A queste tre famiglie se ne aggiunge una, quella delle tecniche di sutemi o tecniche di sacrificio. In questa tipologia di lanci tori sacrifica il suo stesso equilibrio arrivando a cadere insieme ad uke, al fine di enfatizzare al massimo lo squilibrio del compagno. Sacrificare quindi la propria stabile posizione al fine di rompere l’equilibrio e la posizione di uke. Ecco perchè vengono denominate tecniche di sacrificio (sutemi).
Allo studio dello squilibrio (kuzushi), dell’entrata (tzukure) e dell’uso dell’energia (kake) va aggiunto un ultimo ingrediente fondamentale per rendere efficace una tecnica di lancio, ovvero il tempo. In un contesto di difesa personale o di esercizio libero in palestra (randori), le tecniche di proiezione devono essere portate in una situazione dinamica in cui uke non è fermo, ma si muove liberamente nello spazio. Il movimento è un’azione che permette ad uke di togliere un bersaglio fisso a tori rendendo molto difficile la fase di entrata (tzukure) di tori. Possiamo osservare questo tipo di spostamenti anche nel pugilato per esempio. Anche nella boxe la finalità è la stessa, togliere il bersaglio fisso. Nella pratica delle arti marziali sviluppare un’elevata sensibilità ai movimenti del compagno ed al ritmo con cui gli effettua è un elemento cruciale. La tecnica di tori si dovrà inserire all’interno dello spostamento di uke rompendone il ritmo. In gergo il dice che tori deve rubare il tempo ad uke. In questo modo tori diventa imprevedibile ed evita una facile difesa di uke con possibile conseguente contrattacco.
Lo studio ed il perfezionamento di quanto visto fino ad ora rende le tecniche di lancio strumenti molto efficaci anche in presenza di una disparità fisica tra tori ed uke. In altri termini, il debole può confrontarsi con il forte a patto che abbia sviluppato con la partica tutti gli aspetti discussi in precedenza. Le arti marziali giapponesi derivate dal jujitsu hanno infatti nel ju, ovvero nella capacità di adattarsi alla situazione e di sfruttare la forza dell’avversario a proprio vantaggio, il principio fondante alla base della concezione delle varie tecniche e strategie di combattimento. Questo aspetto non è banale e va tenuto presente nella scelta del percorso marziale. Ci sono infatti arti marziali che hanno invece una forte enfasi sul principio go, ovvero della forza.
In epoca moderna il concetto di ju è stato ampliato dal Maestro Jigoro Kano alla più vasta sfera delle attività umana attraverso il principio del Serioku Zenyo, ovvero del Migliore impiego delle energie. Con questo approccio il praticante di arti marziali non è più tale solo all’interno del dojo, ma porta la pratica anche al di fuori della palestra nella vita di tutti i giorni.

